1.9.10
Cloud Security: online summit il 9 settembre
Il 9 settembre prossimo, sulla piattaforma Brightalk, potremo assistere al summit online dedicato alla Cloud Security, dove parleranno esperti di ENISA, dell'associazione EuroCloud Deutschland, del British Standard Institute, di Intel, CA, ecc ecc.
Lo scopo dei 16 webinar della giornata, che si terranno dalle 9 alle 16, è di esplorare lo stato attuale del cloud computing, dare un'occhiata agli standard e alle best practice per gestire i problemi di sicurezza che devono affrontare i fornitori di servizi di cloud computing e i loro clienti.
Maggiori info e iscrizioni su http://www.brighttalk.com/summit/cloudsecurity4
Minaccia Interna: creato un nuovo gruppo su LinkedIN
Dal momento che ancora non esisteva un gruppo di interesse riguardante la minaccia interna su Linkedin, ho provveduto alla sua creazione.Lo scopo del gruppo è di creare un ambiente di condivisione per informazioni ed esperienze nell'ambito delle minacce create all'interno delle aziende dagli Insider.
Cito dalla descrizione del gruppo:
CERT’s definition of a malicious insider isIl link è http://www.linkedin.com/groups?mostPopular=&gid=3312456
A current or former employee, contractor, or business partner who
• has or had authorized access to an organization’s network, system, or data and
• intentionally exceeded or misused that access in a manner that negatively affected the confidentiality, integrity, or availability of the organization’s information or information systems.
La lingua del gruppo è l'inglese.
Privacy e Web 2.0: la psicologia del controllo
I moderni strumenti che il Web 2.0 ha messo a nostra disposizione permettono di diffondere informazioni tra le più personali, ma al contempo limitano il nostro controllo su ciò che divulghiamo e su come tale informazione verrà utilizzata.Pensate a quante informazioni vengano divulgate nei social network o su Twitter, pensate a come, una volta messe in rete, rimangano disponibili per chissà quanto tempo.
Tempo fa incontrai un conoscente che non vedevo da anni: dal momento che sono una persona curiosa (non invadente, curiosa) per prepararmi all'incontro, mi andai a guardare il suo blog, il suo profilo su Linkedin, controllai cosa aveva scritto su Twitter, giusto per farmi un'idea e trovare argomenti di interesse comune di cui discutere nel nostro incontro.
Al tavolo del ristorante accennai ai suoi viaggi e alle foto che aveva scattato, mi dissi d'accordo su alcuni pareri che aveva scritto nel suo blog e gli dissi che non mi aveva mai parlato della sua passione per l'acquariologia.
Sebbene tentasse di celare il suo imbarazzo per i primi due argomenti, quando entrò in scena l'acquariologia il mio conoscente ebbe un moto di sincero stupore: "Ah, e chi te ne ha parlato?"
"Parlato? Ma nessuno." gli risposi. "E' bastato fare una ricerca con Google sul tuo nome e trovare qualche tuo intervento in un forum di acquariofili, proprio in mezzo tra un pesce rosso e un pesce pagliaccio."
Credo che molti di noi, gratificati dal controllo sulla pubblicazione di blog, twits, forum eccetera, non pongono la stessa attenzione sulla mancanza di controllo di lungo termine e nel percepire le conseguenze sulla pubblica divulgazione di informazioni che li riguardano.
Al di là dell'esempio sopra, piuttosto semplificatorio e in cui non veniva toccato alcun argomento estremamente personale, noto spesso, sia in altri sia in me stesso, reazioni contraddittorie di fronte alla percezione che viene violato il nostro diritto di decidere quale informazione possa essere divulgata e come. E lo facciamo indipendentemente dal grado di privacy oggettiva di tale informazione.
Molti utenti di social network aggiornano i propri profili personali, rivelando informazioni private o addirittura imbarazzanti: ma come reagirebbero se tali informazioni venissero riprese e divulgate da altre fonti?
Un esempio sopra tutti: nel 2006 il noto sito di social network Facebook introdusse News Feed, un nuovo servizio con lo scopo di facilitare l'aggiornamento degli status personali pubblicando sulla home page dell'utente le ultime attività sue e dei suoi amici: eventuali cambiamenti di stato, nuove immagini o video, nuove amicizie e via discorrendo. Tutte informazioni peraltro già presenti e disponibili a tutti gli utenti di Facebook.
Gli utenti del social network reagirono negativamente a questa nuova caratteristica chiedendone la rimozione e mostrando implicitamente che la tipologia di diffusione delle informazioni mediante la ricerca era più tollerata della divulgazione di tipo push, ovvero senza che venisse richiesta.
E' altresì vero che è più impegnativo reperire un'informazione andandosela a cercare piuttosto che aspettare che la stessa venga divulgata in broadcast.
Ma il punto cruciale è la differente percezione tra la pubblicazione di un'informazione e il suo eventuale utilizzo.
Sebbene alcuni social network comunichino all'utente che l'informazione pubblicata online potrà essere fruita da sconosciuti, esiste un vero gap tra l'immediatezza della percezione dell'informazione messa online e l'eventuale fruizione successiva da parte di chissachi.
Dal momento che abbiamo il controllo sull'informazione pubblicata, diamo meno importanza al controllo del suo successivo utilizzo.
Il giugno scorso, al Ninth Workshop on the Economics of Information Security (WEIS 2010) tenutosi ad Harvard, é stata presentata una ricerca condotta da Alessandro Acquisti e George Loewenstein della Carnegie Mellon University su un campione costituito da studenti universitari statunitensi, un insieme di soggetti, quindi, con un elevato grado di istruzione, una discreta famigliarità nelle tecnologie del Web 2.0 e dei social network e quindi una consapevolezza delle implicazioni di entrarne a far parte.
Ebbene, una delle conclusioni più importanti ha evidenziato come la considerazione che l'informazione fornita possa successivamente diventare disponibile ad altri individui, oltre a quelli a cui inizialmente si intendeva comunicarla, può rimanere "latente", poiché la cognizione dell'ulteriore accesso appare distante.
Non ci sarebbe quindi la preoccupazione della relativa mancanza di controllo sugli accessi futuri e sull'utilizzo dei dati: tale preoccupazione viene accantonata a causa della percezione di soddisfazione sul controllo dell'effettiva azione di rivelare e pubblicare l'informazione.
La ricerca è partita dall'ipotesi che uno dei meccanismi psicologici che portano le persone a esporsi a un vasto pubblico sia un paradosso del controllo sull'informazione che rivelano: dal momento che abbiamo il controllo sulla pubblicazione di nostre informazioni private, tendiamo a dare meno importanza al controllo (o alla mancanza di esso) sull'accessibilità e sull'uso di tali informazioni da parte di altri.
Una volta formulati tre esperimenti a base di sondaggi, sono stati sottoposti a un campione di studenti: ciascun esperimento presentava una variazione della percezione del soggetto sul controllo sulla pubblicazione di informazioni, senza però alterare le condizioni di accesso e utilizzo dell'informazione che si chiedeva di divulgare.
In due esperimenti è stata diminuita la percezione dei soggetti sul controllo effettivo, mentre in uno è stata aumentata.
E' stata quindi misurata la propensione a rivelare informazioni sensibili come funzione della quantità di controllo che veniva percepita.
I risultati hanno quindi mostrato che:
- un maggior controllo sulla pubblicazione di informazioni private rende meno importante il controllo sul successivo utilizzo da parte di altri, diminuisce l'interesse verso la privacy e aumenta la propensione a pubblicare informazioni sensibili;
- un minor controllo sulla pubblicazione di informazioni private porta a un aumento di preoccupazione verso la privacy e una conseguente minor volontà di pubblicare informazioni sensibili.
Non c'é alcun dubbio che conferire a un individuo il controllo su come le sue informazioni personali siano divulgate e utilizzate sia un'importante condizione per la protezione della privacy. La ricerca mostra però che questo tipo di controllo non garantisce ai soggetti di raggiungere un bilanciamento tra la rivelazione delle informazioni e la loro protezione, ma, anzi, è il maggior controllo sulla pubblicazione che induce a rivelare una maggior quantità di informazioni personali.
Gli esperimenti condotti hanno permesso di inferire che, all'interno della decisione di divulgare un'informazione personale, viene assegnato un maggior peso al controllo sulla pubblicazione: anche qualora le persone siano coscienti delle minacce alla privacy derivate da chi accede alle loro informazioni e a come le utilizza, sono meno propensi a realizzare che è il controllo sull'accesso e l'uso dell'informazione che é davvero importante per la protezione della privacy.
Quando il responsabile della pubblicazione era costituito da un entità terza i soggetti erano più propensi a astenersi da divulgare informazioni. Questo potrebbe essere dovuto al fatto che, dal momento che la pubblicazione di informazioni personali è un evento certo e immediato, è anche più evidente in questo caso il rischio che qualcuno acceda e usi tali informazioni in un tempo piuttosto vicino.
La maggior protezione sulla pubblicazione delle proprie informazioni, che negli ultimi tempi sta diventando consuetudine nei social network del Web 2.0, ha il rovescio della medaglia di abbassare il grado di preoccupazione sul successivo utilizzo di tali dati: la pubblicazione costituisce per l’utente una soddisfazione immediata, che ha un maggior peso di una preoccupazione latente e lontana nel tempo.
La fotocopiatrice moderna: un colabrodo di dati

Perchè un hacker dovrebbe impiegare ore e ore del suo tempo cercando di penetrare i sistemi di una rete aziendale per carpirne i dati più sensibili e confidenziali, quando, con molto meno tempo e meno rischi di essere individuati, basta proporre un rimpiazzo economicamente vantaggioso di una fotocopiatrice?
Da poco meno di una decina d'anni, la maggior parte delle fotocopiatrici è dotata di un hard disk interno che, con l'opzione di default, consente la copia di ogni singola pagina fotocopiata e restituita all'utente su carta.
Un interessante servizio della CBS illustra come è possibile accedere ai dati anche attraverso dei casi pratici: lo potete seguire qui http://www.cbsnews.com/video/watch/?id=6412572n
Una troupe della CBS ha seguito l'attività di un'azienda di smaltimento di materiale tecnologico che rileva fotocopiatrici usate: nei due casi illustrati, migliaia di documenti, contenenti dati confidenziali di cittadini statunitensi, Social Security Number, cartelle cliniche con referti ospedalieri, nominativi di persone indagate dalla polizia,
E' comunque da notare che tutti i maggiori produttori di macchine fotocopiatrici rendano disponibili componenti per la cancellazione sicura o la codifica dei dati conservati su disco: tali componenti richiedono un'ulteriore spesa dell'ordine di qualche migliaio di dollari, rendendo spesso l'investimento su una fotocopiatrice estremamente oneroso.
Per mitigare questo genere di rischi, si possono adottare accorgimenti come l'impiego di meccanismi di codifica o cancellazione sicura e/o contrattualizzare un processo di dismissione che comprenda la rimozione e la distruzione del disco interno o quantomeno la sua cancellazione sicura.
E' inoltre opportuno considerare questo genere di potenziali fughe di dati all'interno dell'attività di risk assessment.
Infine, il Garante della Privacy, nel provvedimento del 13 ottobre 2008, dal titolo "Rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche (Raae) e misure di sicurezza dei dati personali" dispone di
adottare idonei accorgimenti e misure, anche con l'ausilio di terzi tecnicamente qualificati, volti a prevenire accessi non consentiti ai dati personali memorizzati nelle apparecchiature elettriche ed elettroniche destinate a essere:
a. reimpiegate o riciclate, anche seguendo le procedure di cui all'allegato A);
b. smaltite, anche seguendo le procedure di cui all'allegato B).
Tali misure e accorgimenti possono essere attuate anche con l'ausilio o conferendo incarico a terzi tecnicamente qualificati, quali centri di assistenza, produttori e distributori di apparecchiature che attestino l'esecuzione delle operazioni effettuate o che si impegnino ad effettuarle."
Controllatemi, per favore! Ovvero, come il fattore umano incide su confidenzialià, integrità e disponibilità

Fino a qualche anno fa, la mia carriera si era svolta come dipendente all'interno di dipartimenti IT.
Ogniqualvolta mi si presentasse la richiesta, da parte del dipartimento Internal Audit o del responsabile della sicurezza, di un monitoraggio delle mie attività e di quelle dei miei colleghi, storcevo il naso: "Ma non se ne parla neanche!", "Abbiamo ben altro da fare, dobbiamo far andare avanti il business!", "Abbiamo bisogno di un elevato grado di libertà e di superare determinate barriere" e poi, in ultimo ma con definitiva determinazione "Ma dal punto di vista della Privacy, hai verificato che si possa fare?"
All'accenno della Privacy dei dipendenti e dei potenziali ostacoli posti dalla normativa italiana sul lavoro e dalle rappresentanze sindacali, il progetto di controlli si arenava silenziosamente e inesorabilmente.
Accade talvolta però che la propria inossidabile resistenza al cambiamento venga intaccata da una serie di eventi che la rendono più duttile e malleabile alle istanze esterne.
Sto parlando di quelle situazioni di difficoltà in cui è necessario dare delle risposte a fronte di interruzioni di un servizio all'utenza, quelle situazioni in cui viene puntato il dito verso un presunto probabile responsabile.
Per ogni servizio esiste un gruppo variegato di stakeholder, costituito dagli utenti del servizio, che possono essere interni o esterni nel caso di servizio in outsourcing, dai responsabili dell'erogazione del servizio e, non ultimi, dagli amministratori di sistema.
Nel caso di outsourcing le cose si complicano sensibilmente, perché all'erogazione di un servizio corrispondono dei livelli di servizio garantiti che hanno delle conseguenze anche economiche.
Ebbene, in che situazione si può trovare l'amministratore a fronte di avvenimenti interruttivi provocati sia da problemi di sistema sia da errore umano?
In qualcosa di questo genere:
- nel non poter dimostrare di non avere effettuato un'operazione che aveva condotto a un'interruzione di servizio;
- nell'incapacità di determinare chi, dei vari sistemisti di un gruppo di supporto, avesse svolto una determinata attività che aveva portato a un'interruzione di servizio;
- ad accumulare ritardi indotti dal tentativo di ripristino di una situazione precedente alle modifiche introdotte alla configurazione (chi caspita si ricordava cosa era stato fatto durante la configurazione e com'era esattamente la situazione prima della modifica?)
Pensate poi a episodi di fughe di informazioni dall'interno. Chi viene messo sotto osservazione per primo? Di certo il dipartimento IT, che è quello che, secondo l'opinione comune, detiene la maggior parte delle conoscenze su sistemi. Sappiamo che questo non sempre è vero per quanto riguarda i dati, che sono spesso dominio di conoscenza di altre funzioni aziendali.
Perché quindi sopportare questo aggravio di responsabilità?
Per garantire la privacy del lavoratore?
Ma un lavoratore, secondo il buon senso, la deontologia e non ultimo il codice civile italiano, non dovrebbe
"..usare la diligenza richiesta dalla natura della prestazione dovuta, dall’interesse dell’impresa e da quello superiore dell’interesse nazionale; deve inoltre osservare le disposizioni per l’esecuzione e per la disciplina del lavoro impartitegli dal datore di lavoro o dai collaboratori di questi da cui il lavoratore dipenda gerarchicamente."(art. 2104 c.c.) ?E quindi dove si pone il problema nel monitorare soltanto le attività sui processi più critici? Attenzione, io non sto proponendo di monitorare le attività del singolo lavoratore, ma di monitorare ciò che viene effettuato negli ambiti più critici dell'azienda, laddove il livello di attenzione sulla sicurezza deve essere più elevato, pena il detrimento delle attività dell'azienda stessa (e quindi anche di chi lavora per essa).
Quando aumenta la complessità nelle infrastrutture IT, gli amministratori implementano soluzioni che permettono di monitorare e mantenere efficacemente questi ambienti.
Ma spesso la domanda "Chi è stato l'ultimo ad accedere a quel server e cosa ha fatto?" rimane senza risposta.
Non è abbastanza monitorare server e applicazioni quando la causa numero 1 dei downtime è l'errore umano: parlate con un esperto di alta affidabilità e il discorso toccherà presto questo argomento.
In più, il problema di mantenere l'uptime è esacerbato dalla dipendenza crescente dall'outsourcing, da consulenti esterni, da impiegati temporanei e sviluppatori che amministrano server e software, una situazione che porta a una diminuzione della responsabilità diretta.
Per raggiungere un'operatività efficiente, gli amministratori devono avere una visione olistica dell'infrastruttura IT, ivi incluso il monitoraggio del fattore umano.
Ben vengano, quindi, policy, procedure e strumenti che consentono di monitorare le attività negli ambienti critici, che tengano quindi traccia di chi ha fatto che cosa e dove, tenendo ben presente però che:
1) il responsabile del controllo non deve essere una funzione dell'IT;
2) di concerto, gli strumenti non possono venire gestiti in toto dal dipartimento IT (che avrebbe quindi la piena padronanza di essi);
3) deve essere monitorata la loro disponibilità e devono essere istanziati immediati avvisi in caso di non disponibilità dello strumento (per evitare che vengano spenti o sconnessi premeditatamente).
Come funzionario IT mi sentirei più garantito se potessi dimostrare la limpidezza del mio operato e se fosse possibile individuare anche gli errori umani in modo più rapido e preciso.
Chi non vuole permettere tutto ciò, o ha qualcosa da nascondere o non si sente completamente sicuro delle proprie competenze e capacità.